7 Domande 7 a Cascina Barbàn

Cascina Barbàn è un tentativo, un collettivo. Un progetto contadino di due famiglie. Una borgata in pietra del 1700 abbandonata da mezzo secolo, posta in un pianoro in Alta Val Borbera, riparata dai venti del nord e fortemente esposta al sole. Cascina Barbàn è una testimonianza di rinascita, di un borgo, di un territorio di un mondo apparentemente lontano, contadino. Un progetto non industriale, che ha a che fare più con lune e persone che con macchine e automatismi.”

Così si presentano sul loro sito i ragazzi di Cascina Barbàn: Maurizio Carucci e Martina Panarese, Pietro Ravazzolo e Maria Luz Principe. Un progetto affascinante di recupero e valorizzazione, non solo di vigne e vitigni, ma anche di un’intera vallata, la Val Borbera, che stanno aiutando a riscoprire e far conoscere. Si tratta di una valle, formata dal torrente Borbera, affluente dello Scrivia, incastonata fra le province di Alessandria, Genova e Piacenza. Una zona che ha una storia enologica importante e antica: sembra che già in epoca napoleonica la sponda di Figino, ma anche Sisola, Cantalupo, Roccaforte, Rocchetta e Mongiardino fossero ricche di vigneti.

E’ stato affascinante incontrarli (virtualmente) e ascoltare la passione, la dedizione, l’affetto profondo per questa terra dietro alle parole di questa intervista.

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1) Arrivate da aree professionali diverse e da esperienze di vita apparentemente distanti dal mondo enologico. Ci volete presentare la vostra azienda e raccontarci come nasce questo progetto?

Circa dieci anni fa, dopo una lunga ricerca concentrata soprattutto nell’entroterra ligure, arriviamo in quella parte di Appenino che costituisce la punta sud est del Piemonte, la Val Borbera.

Una borgata in pietra abbandonata da circa mezzo secolo, un atto notarile con più di 20 proprietari, tantissimo lavoro, un piccolo mutuo, un fienile che diventerà casa.

Siamo alle Cantine di Figino, qui si faceva vino fino dal ‘600; gli abitanti del paese venivano qui a vinificare l’uva delle loro vigne, a bere, mangiare, festeggiare, a fare il viaggio di nozze.

Dall’anno scorso qui c’è nuovamente una cantina, una sala degustazione e tutto intorno le vigne vecchie e i nuovi impianti finalmente in produzione.

Conosciamo poi Pietro e Maria Luz, entrambi educatori impiegati nella ONG CISV di Torino.

Ci piacciamo e parallelamente nasce in loro il desiderio forte di trasformare in realtà valori e passioni legate al cibo e alla natura.

La scelta, la transizione e il collettivo è un percorso ancora in atto, in continua evoluzione, che racconta la direzione che abbiamo voluto fin da subito dare al nostro progetto agricolo: portare nelle nostre vite qualcosa che abbia senso, coerente con le nostre visioni, tramite vino e cibo di qualità, attraverso le persone.

Cascina Barbàn

2) Avete compiuto una scelta volta al mondo dei vini artigianali; viviamo in un periodo enoico in cui sembra sia di moda etichettare (ed etichettarsi) come naturali, biologici, biodinamici, vegani, artigianali, indipendenti, umani, e chi più ne ha e più ne metta. Se ne fa un gran parlare, insomma. Come definireste i vostri vini e da dove è nata questa scelta?

Cascina Barbàn non è solo un’azienda vitivinicola, ma un progetto contadino che pratica agricoltura naturale.

Lavoriamo così da sempre, anche con i cereali, le orticole e la frutta che coltiviamo, perché ci sembra l’unica strada percorribile oggi; il vino non poteva certo fare eccezione.

Lavoriamo per portare nella bottiglia un vino che riesca a raccontare senza filtri la piccola valle in cui viviamo.

Pensiamo che sia possibile farlo usando esclusivamente uva e nient’altro, solo varietà locali e conservando al meglio la natura rigogliosa e selvaggia che ospita i nostri vigneti.

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3) Terroir come immagine del territorio, ma anche del terreno. Voi vi siete innamorati e state facendo conoscere un’area, la Val Borbera, poco conosciuta ai più, anche nel campo vinicolo. Dove sono esattamente i vostri terreni e che tipo di tessitura e scheletro hanno?

Coltiviamo circa 4 ettari e mezzo di vigna esposti a sud, sud-ovest. Abbiamo il privilegio di coltivare vigneti circondati da natura e biodiversità: roveri, carpini, acacie, ciliegi e pruni selvatici che funzionano da siepi naturali. In valle soffia il Marino, un vento caldo che ci ricorda la vicinanza con la nostra Liguria ed escursioni termiche importanti lavorano nel vino sui profumi. I ceppi affondano le radici in un terreno principalmente argilloso e limoso, le vigne si trovano a circa 500 m di altitudine e si arrampicano ai lati del fiume che dà il nome alla valle stessa. Per questo a livello geologico lo scheletro è composto principalmente da marne e arenarie di origine fluviale.

Barbàn vigneti4) Un paio di altre informazioni tecniche: vitigni (tipo ed età) e numero di bottiglie prodotte?

Scegliamo fin da subito di lavorare con varietà locali e per farlo iniziamo anni fa un lavoro con il CNR di Tortona ed in particolare con l’ampelografo Stefano Raimondi. Con lui e grazie alle parole scambiate con i vecchi della valle, ritroviamo nei filari che hanno resistito all’espianto avvenuto degl’anni, il Mostarino, il Moscatè (nome ancora in fase di definizione), piante di Timorasso dell’800, Ciliegiolo, Nibio, Moscato d’Amburgo e molte altre. Alcune di esse costituiscono oggi i circa 4 ettari di vigna impiantati dal 2014 ad oggi. Il Barbàn le contiene quasi tutte, provenendo dalle ultime vigne vecchie della Val Borbera: ceppi che hanno tra i 50 e 60 anni di età, messi giù a mano con vanga e piccone dagli uomini di allora.

Lavoriamo sul vino da diversi anni ma siamo usciti per la prima volta a novembre 2019 con circa 2000 bottiglie. L’anno prossimo raddoppieremo e puntiamo ad arrivare a circa 15000 bottiglie nei prossimi 5-6 anni.

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5) È sempre difficile scegliere fra i propri vini; non vi chiedo di indicarci il vostro preferito, ma uno che secondo voi rappresenta bene la vostra azienda. Ce lo volete raccontare?

Difficile scegliere ma istintivamente penseremmo al Mostarino.

Uvaggio di Mostarino appunto e Moscatè in parti uguali, una macerazione di circa 60 giorni che tuttavia regala un vino che si distingue per un colore scarico, un rosato naturale che imbottigliamo in trasparente, e fa subito sorridere.

I profumi sono floreali e speziati ma è in bocca che spiazza un po’: fin dai primi assaggi in acciaio e poi in bottiglia porta con se una rotondità anomala in un vino di Appennino; pare un piccolo miracolo.

Ad oggi siamo gli unici a vinificarlo ma speriamo davvero possa rappresentare una spinta per tutta la valle e per i suoi produttori.

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6) A parte i vostri vini, quali sono i vostri gusti enologici? I vini di quali regioni e/o nazioni amate? Qualche nome? 

Forse facendoci un po’ influenzare da quello che facciamo e da alcune delle nostre scelte enologiche, risponderemmo che amiamo vini magari freschi, frutto di macerazioni/estrazioni perlopiù importanti, che riescano a raccontare un luogo e le persone che li fanno, vivi e vibranti.

Tra questi, quelli che ultimamente ci hanno colpito potrebbero essere il Nebbiolo fresco di Cascina Fornace, il Trebbiano toscano di Val di Buri e la Barbera “Bandita” di Nadia Verrua.

Allontanandoci un po’, un bel Pinot Gris di Pierre Frick.

7) Progetti per il futuro? Cosa vorreste fare da grandi?

Siamo inquieti di natura. Difficilmente ci addormentiamo su quello che abbiamo e ci serve avere sempre un orizzonte. I progetti quindi sono tanti e spesso hanno come obbiettivo la crescita sana e sostenibile del nostro territorio e della sua comunità. Se però dovessimo sceglie un’evoluzione del progetto che riesca a mettere insieme un po’ tutto, potremmo citare il sogno matto di aprire un giorno un’Osteria nel paese di Figino, il paese che ci ha accolto e del quale oggi facciamo parte. Un luogo di vino e cibo semplice e di qualità, contadino; un spazio di socialità e incontro, dove si possa “chiudere” la filiera con prodotti di valle trasformati sul momento e allo stesso tempo occasione per nuovo impiego. Perché in Appennino non è difficile arrivarci, più complesso è trovare il modo di restarci, lavorando nel pieno rispetto della sua natura rigogliosa e selvaggia.

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Le interviste precedenti:

 

 

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